Apologia dell’insuccesso

apologìa s. f. [dal lat. tardo apologĭa, gr. ἀπολογία «difesa», comp. di ἀπό (per indicare allontanamento) e -λογία «-logia»]

Voce tratta dal Vocabolario Treccani

Vorrei, miei cari lettori, spendere qualche parola in difesa di quello che viene definito un “insuccesso“.

Fino ad oggi nella mia vita ho riscontrato spesso questa situazione di fallimento, di sconfitta totale su ogni mio sforzo vano di “succedere” in qualche impresa personale.

Lo studio delle lingue? Un insuccesso, perchè dopo tre anni di studi universitari ho deciso di abbandonare il corso.

Il sogno di diventare una stella della radio? Un colossale insuccesso, perchè ho visto sbattermi in faccia tante porte, o vedermi superata dal figlio di X di turno.

La passione per la scrittura e il volerne fare un lavoro? Un inenarrabilmente epico insuccesso, perchè ad oggi “chiunque può scrivere un best seller” – vedi: libri pubblicati dall’idolo dei ragazzini di turno.

Molti non sanno, tuttavia, che ognuna di queste cose, per me, deve ancora succedere.  Per succedere, sarà necessario che seguano un proprio corso degli eventi, e che si sviluppino in una dimensione nuova.

succèdere v. intr. [dal lat. succedĕre, comp. di sub- «sotto» e cedĕre «andare»; propriam. «andare sotto»] 1. Subentrare, prendere il posto di […]; 2. a. Seguire, venire dopo […]; b. Con riferimento a fenomeni e avvenimenti in genere, venire dopo, cioè seguire, presentarsi posteriormente

Voce tratta dal Vocabolario Treccani

Quindi sono andata sotto la superficie delle mie apparenti sconfitte, delle quali hanno preso posto due nuove consapevolezze:

  1. Il successo verrà dopo.
  2. L’insuccesso non arriverà mai.

Ogni volta che qualcuno classifica una nostra battuta di arresto come fallimento, appellatevi a questa linea difensiva. Difendete il vostro “insuccesso” come difendereste un figlio desiderato per tanti anni e finalmente dato alla luce.

In questi casi viene naturale dire che “il meglio deve ancora venire”.

Come sapete io preferisco pensare che, anche quando ci sentiamo di aver esaurito le argomentazioni per la nostra apologia, in qualche modo

come sempre, #TuttoTorna.

Ordinario

Volevo solo dirvi che essere ordinari è bello.

Non c’è bisogno di inseguire costantemente questa chimera dell’iper realizzazione di sè, come se tutti potessimo improvvisamente diventare super uomini.

Amo essere nella norma: non troppo bassa, fin troppo permalosa, fuori peso “ideale”, spesso isterica, molto romantica, eccessivamente empatica, litigiosa.

Amo anche essere consapevole di avere delle ordinarie debolezze, di ogni genere.

“Ordinario” non è sono un aggettivo che descrive una certa conformità agli standard; “ordinario” è soprattutto un modo come tanti di affrontare le vicissitudini della vita.

Ordinariamente mi sento felice; ordinariamente mi sento triste.

Ordinariamente mi entusiasmo per la minima cosa esaltante; ordinariamente mi chiudo in me stessa e non faccio entrare nessuno.

Ordinariamente amo, rido, canto, grido, scappo, torno, resto. 

Tutte queste cose non le disprezzo solo perché le fanno altri milioni di persone.

Io le amo, proprio perché so che là fuori c’è qualcuno di ordinario che si meraviglia per quanto semplicemente complicata sia la vita.

Come sempre, #TuttoTorna

Senza significato

Non ricordo se vi ho già parlato del mio amore per la lingua inglese.

Noi italiani siamo portati a produrre intricate frasi per esprimere un solo concetto; in inglese, spesso, basta invece una sola parola a racchiudere molteplici significati, sfumature, contrasti.

Di recente una in particolare mi risuona con insistenza.

demeaning – tradotta dal sito WordReference come umiliante, degradante.

Ma più che la traduzione letterale, vorrei esaminare la parola in sé:

DEMEANING – Composta dal prefisso de-, che indica una sottrazione + la parola meaning, letteralmente traducibile con l’italianosignificato“.

SENZA • SIGNIFICATO

Come può essere un atteggiamento da parte di qualcuno in posizione di potere nei nostri confronti: un capo, ad esempio, o una qualsiasi persona che ci sottrae significato. Ci privano di ciò che siamo, riferendosi alla nostra significante persona come se fosse appunto vuota.

SENZA • GRADO

Come ci sentiamo noi, dopo aver subìto tale trattamento. Svuotati, degradati, costretti a ridimensionarci, a scendere di grado, perché qualcuno ha deciso di umiliarci.

Non possiamo permettere che accada.

Ognuno di voi, ogni essere che sta leggendo queste parole è di inestimabile valore e nessuno potrà mai decidere che non siete degni. Neanche voi stessi.

Sembrano parole vuote, ma vi assicuro, ci sto mettendo tutta me stessa dentro, perché in passato mi sono sentita così anche io, e stavo quasi per permettere che accadesse di nuovo.

Poi mi sono ricordata che tutto torna, nella vita di tutti. Nessuno escluso. Quindi riprendetevi il vostro significato, a testa alta e senza paura. Ci saranno delle conseguenze, è vero…ma vi prometto che ne varrà la pena.

Nel secondo post in assoluto che ho condiviso con voi scrivevo:

E se vi dicessi che il Sole che sorge al mattino non sta a migliaia di miliardi di anni luce distanti da noi, ma si trovasse proprio nella persona che, ogni giorno, fa lo sforzo di alzarsi dal letto?

Riprendetevi il vostro Sole.

Come sempre, Tutto Torna.

Voce del verbo

Non posso scrivere a comando, semplicemente non riesco. Preferisco, piuttosto, scrivere quando ho davvero qualcosa da dire.

Voglio dare VOCE al VERBO,  in entrambe le sue accezioni: verbo <<dal latino verbum, “parola“>>, ma anche verbo, << in grammatica italiana inteso come “azione”>>.

La voce è stato sempre uno strumento fondamentale nella mia vita: attraverso di essa, ho espresso parole d’amore, di gioia, di dolore e sì, anche d’odio.  Ho raccontato di me, del mio mondo, le paure, le incertezze, gli insuccessi, i successi. Ho detto forse solo l’1% di quello che avrei voluto dire, perché spesso i silenzi fanno più rumore di una scarica di parole.

Eppure oggi mi sento di nuovo in dovere di riaprire la finestra della mente e far uscire qualche riflessione che da mesi sbatte contro le imposte chiuse.

Tempo fa scrissi una canzone che qualcuno ha avuto la fortuna/sfortuna di ascoltare. Parte del testo recitava:

Sai è stato proprio il karma / a donarmi questa calma //

E a determinarmi che la mia voce è la sola arma che c’è /

Per realizzare me / Essere felice e / Ricominciare la partita/

Per vincere //

Non subire gli abusi di potere, più sei avido e meno potrai avere //

Il brano si intitola Punto tutto, e l’ho scritto a 19 anni. A quell’età credevo davvero che sarei riuscita a vincere, atteggiandomi da vincente.

Non subire gli abusi di potere”, però, si è rivelato impossibile.

Il fatto è che esistono ed esisteranno sempre persone che vorranno soggiogarci, farci sentire come se dovessimo seguirle in capo al mondo, solo perché si trovano in una posizione di vantaggio.

Che sia un partner, un datore di lavoro, un collega, incontreremo quel tipo di persona ancora e ancora, finché un giorno dovremo scegliere: lasciarci sopraffare o salvarci, anche a costo di perdere tutto.

Il fatto è che mi sono stancata di farmi sopraffare.

Sono stanca di sentirmi dire di “tenere duro”, che “bisogna resistere”, che “prima o poi una soluzione si trova”

Una soluzione non “si” (riflessivo) trova. Tu trovi la soluzione. Tu devi dare voce al tuo verbo.

QUINDI AGISCI, per te stesso e nessun altro. Scrivi, canta, urla, dibattiti. Ci saranno conseguenze? Sì. Come per ogni causa che poni, andrai in contro ad un effetto.

A 19 anni avrei puntato tutto su di me. Oggi che ne ho 26, voglio rinnovare questa promessa. Per realizzare ME, essere felice e vincere. Non subire abusi di potere.

Buffo come un pensiero scritto 7 anni fa, quando ero ancora ignara del mio percorso, si sia rivelato essere tanto attuale anche dopo tutti questi anni.

Come sempre, tutto torna.

 

Il fallimento del Cigno

Da bambini, se non conoscevamo il significato di una parola, le maestre ci invitavano a cercarla sul vocabolario. Ora, immaginate che vostro figlio, o nipote, vi chieda: “Cosa è il fallimento?” e voi rispondeste di cercarlo insieme nel pesante tomo.

Falliménto. […] 3.Fig. riconoscere l’inutilità dei proprî sforzi, l’impossibilità e incapacità di raggiungere gli scopi fissati, rinunciando definitivamente alla lotta, all’azione.

[Definizione estratta da Vocabolario Treccani]

Come facciamo, dico io, a spiegare a quel bimbo come “riconoscere l’inutilità” dei nostri sforzi? Quale tipo di sforzo è da considerarsi utile? Vogliamo poi parlare dell’ impossibilità e incapacità di raggiungere i nostri scopi?

Fin da piccini ci insegnano a immaginare, a dare sfogo alle nostre fantasie creando forme con le nostre mani, a dare “vita” a cose che probabilmente non esistono in natura.

bimbo-pongo.jpg

Mettiamo caso che un bimbo di 3-5 anni voglia realizzare, da questa pallina di pongo, un bel cigno.

Ovviamente, per quanto nitida possa essere l’immagine nella sua fantasia, è improbabile che l’esecuzione risulti realistica.

A quel punto abbiamo una scelta: dire al bimbo di aver fallito, oppure incoraggiarlo e congratularsi per il suo personalissimo capolavoro che, per lui, sarà sicuramente identico al suo corrispettivo reale.

Quale delle due opzioni scegliereste?

Vedete, io per questo non credo al fallimento. Non si può rinunciare definitivamente alla lotta, specialmente se si sta combattendo per i propri sogni, i propri ideali. Provate a dirlo voi a quel bambino che il suo cigno non va bene, che deve definitivamente rinunciare a plasmarne uno, che deve smettere di sforzarsi, che è impossibile.

Ci sono alcune parole che, secondo me, dovrebbero veder modificate le proprie definizioni, a cominciare da questa. Io la vedo così: se ci provi e non riesci, non stai fallendo, stai semplicemente sbagliando metodo. Se quel bambino avesse messo troppa pasta di pongo sulla testa del cigno e troppo poca sul collo, inevitabilmente la scultura non reggerebbe; basterà spiegare al piccolo artista che deve solo dosare meglio le parti, modificando anche di poco il suo metodo…giusto? Eppure, quello non sarà mai un cigno ai nostri occhi, perché ci hanno insegnato che dopo un po’ che ci proviamo, se la cosa non riesce, abbiamo comunque fallito.

Noi, ora “grandi”, a cui è spesso stato detto che fallire è come toccare il fondo e che se si cade giù basta solo rialzarsi e continuare a correre, stiamo da sempre seguendo il consiglio sbagliato.

Non basta rialzarsi, se si è già caduti sulla stessa strada. Non è sufficiente modificare il tiro aggiungendo o togliendo “creta” dai nostri progetti.

Bisognerebbe ricominciare da zero. Cambiare completamente strada. Distruggere il  cigno per farne uno nuovo. Non è impossibile. E non avremo fallito nel senso attuale del termine. 

Perciò, se proprio si deve dare una descrizione a questo fenomeno, mi sento di proporre io una nuova definizione.

Falliménto. Riconoscere  l’inutilità dei  i proprî sforzi, l’impossibilità e incapacità di accettando la probabilità di non raggiungere gli scopi fissati nel modo giusto, rinunciando definitivamente temporaneamente alla lotta, all’azione, nell’attesa di un nuovo progetto.

In questo modo…

Come sempre, tutto torna.

Cambio stagione

Ci sono dei giorni in cui non ho né voglia né forza di fare niente, mattine in cui mi alzo fisicamente dal letto solo perché il mio corpo lo richiede, mentre la mente resta lì, comoda, a sognare un altro po’. E poi la giornata comincia veramente, e so di dover fare mille cose e che non riuscirò mai a farle tutte, e se ci provo nessuna di queste verrà mai alla perfezione… A volte, invece, scatta quel “click” che mi mette in piedi senza pensarci due volte, e incomincio a fare, fare, fare senza fermarmi un secondo, con il pensiero che sbatte contro le pareti della mia mente come un aspirapolvere contro il battiscopa. Stendo le decisioni con le mollette del dubbio per farle asciugare bene, per capire se una volta sgocciolati i pregiudizi e le paure resterà qualcosa di buono. Trovo spesse coltri di polvere sui ricordi, molti dei quali ho fatto io stessa in modo di coprire; ogni tanto sbaglio mira e ne spolvero uno che non avrei voluto rivivere, facendo sì che mi ferisca più forte di quanto possa far male sbattere il mignolo del piede su uno spigolo. Un classico, quello di non accettare i propri ricordi più brutti. Succede più spesso di quanto si voglia: siamo lì, tranquilli, e ad un tratto ci impigliamo nella trama di qualche ragnatela di scomode reminiscenze, che ci paralizzano nella tela di rimorsi, rimpianti e rancori che abbiamo lasciato a tessere negli angoli remoti del nostro inconscio. La sfida sta proprio nel riuscire a liberarsi dalla morsa del ragno – da noi stessi – e non è facile. Per questo, forse, odiamo fare le pulizie di primavera, o i cambi stagione nell’armadio: sappiamo che troveremo qualcosa di dimenticato, un oggetto o un indumento che ci ricorda il passato che abbiamo procrastinato a lasciarci alle spalle, incaricando il nostro “io del futuro” dell’ingrato compito. Alcuni di noi preferiscono vivere ne caos proprio perché riordinare è doloroso, e in quel disordine, invece, trovano la pace. Io, purtroppo, sono stata in questa categoria di persone per molto tempo, ma ho finalmente deciso di armarmi di coraggio e iniziare a ripulire questo casino che c’è nella mia vita. Non dico che ci riuscirò; ne ho tanti di scatoloni da riempire e altrettante ragnatele da far cadere giù… Il segreto è cominciare dalle cose piccole, e soprattutto non farsi prendere dalla furia di sistemare tutto e subito; specialmente se l’ansia di ciò che state per affrontare vi assale, ogni tanto provate a guardare i piccoli progressi appena fatti. E se trovate un ricordo, uno bello, che vi fa sorridere, non buttatelo di nuovo nel dimenticatoio: esponetelo nella vostra vetrina più bella, fate in modo di poterci posare gli occhi spesso. Abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi dei momenti felici, anche se ci sembrano sciocchezze da poco: sono proprio quelle sciocchezze che ci salveranno dal diventare anche noi soprammobili polverosi.
#TuttoTorna

L’ordine dei ricordi

Ricordate l’esatto momento in cui avete imparato a leggere, o a scrivere? La prima volta che avete imparato a fare una qualsiasi cosa? Mi rendo conto che sia difficile, c’è chi ci riuscirà subito, ma bisogna sforzarsi molto e sfogliare bene i ricordi, e non è detto che si risalga esattamente a quel preciso momento. Ma sappiamo di esserci riusciti, di aver raggiunto quella che sembrava essere una meta inarrivabile: prima l’ABC in stampatello, poi corsivo, la prima frase semplice e via via fino ad aver imparato a scrivere paragrafi interi… Ora, provate a ricordare quando precisamente avete imparato ad amare, o a perdonare.
Oppure il giorno preciso in cui avete realizzato che non tutto è dato per scontato, che le persone -ma anche le cose- nascono e muoiono, e che il Ciclo della Vita non ha fine. Ricordate l’istante in cui avete superato una sofferenza o, anche, avete ottenuto una vittoria?
Tutti questi eventi ci sembrano lontani, intangibili, eppure sono avvenuti. Non possiamo decidere quando amare: amiamo. Non possiamo stabilire quando smettere di soffrire: guariamo. Non possiamo pretendere che a cinque anni fossimo capaci di leggere e comprendere grandi Opere letterarie: ad oggi, probabilmente, ne conosciamo e comprendiamo diverse.
Tendiamo a sminuire i nostri piccoli traguardi mentre siamo lì, sul podio, e inevitabilmente col passare degli anni li guardiamo con tanta nostalgia…
E’ un meccanismo quasi naturale, siamo abituati a sottovalutare tutto, tanto che fin da piccoli ci insegnano che “imparare a leggere non è una gran cosa, prima o poi imparano tutti”!
Trovo sia un ragionamento sbagliato e non applicabile a tutte le situazioni: c’è chi purtroppo non imparerà mai a leggere, ma saprà correre più veloce del vento; chi non riuscirà mai a perdonare, ma saprà difendere comunque ciò che gli è più caro…
Non so neanche io dove voglio arrivare con questi miei pensieri, ma a maggior ragione vorrei condividerli adesso con voi, apprezzare e assaporare questo momento di riflessione per non ritrovarmi, in futuro, a chiedermi quando è stato il momento esatto in cui ho capito di voler continuare a scrivere, riflettere, condividere e vivere attraverso delle semplici lettere e parole messe insieme in un paragrafo.
#TuttoTorna

Sopra, vivo

Mi sono allontanata spesso, nella mia vita. Da situazioni, persone, magari anche occasioni, senza neanche rendermene conto. Me ne sono accorta solo adesso, guardando indietro e analizzando le mie scelte passate, e ho capito che tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per sopravvivere.

L’istinto di sopravvivenza è tutto, è la ragione grazie alla quale ci siamo evoluti così tanto, progredendo inesorabilmente, chi più e chi meno. Ho anche capito, però, che il mio allontanarmi per paura di non sopravvivere a una determinata persona o relazione o situazione è stato, in realtà, un dono; si dice che per osservare meglio qualcosa dobbiamo avvicinarci, ma dopo tutto questo tempo posso assicurarvi che da lontano le cose appaiono molto più chiare.

Ora so che quell’occasione mancata per paura non mi avrebbe condotto da nessuna parte, proprio come so che quelle amicizie e relazioni da tempo abbandonate erano comunque destinate a finire.
Ultimamente mi viene chiesto come sto, come procede la mia vita. Ecco, io vivo al di sopra di queste cose. Sopra, ma per capirle meglio.
Sopra(v)vivo, e credo non ci sia cosa più difficile e coraggiosa al mondo.
#TuttoTorna

Vita a senso unico

Molti si scervellano su quale sia il senso della vita.
Per me è Unico.

Il senso della vita è un senso unico, non solo perché andiamo tutti in un’unica direzione  -figurativamente parlando, non intendendo che sia la stessa per tutti-, ma anche perché di vita a cui dare un senso ne abbiamo soltanto una. Siamo tanti piccoli vettori, elementi che si sommano tra di loro e si moltiplicano, e la nostra direzione non può che essere “avanti”, oltre il nostro punto zero.

Ed è per questo che guardare al passato fa male, è contro natura quasi, rivolgersi indietro in un movimento contorto e forzato facendoci del male. Entriamo a questo mondo spingendoci in avanti, ed è così che dovremmo fare oggi giorno: spingere fino ad estenderci alla Vita, infinitamente, infinite volte.

#TuttoTorna

L’ amore esiste.

Sto vivendo un’età in cui ho bisogno di credere che l’Amore esiste. Che sia una forza motrice che ci sospinge e che ci aiuta ad essere e diventare delle persone migliori.

E’ vero, nasciamo e moriamo da soli, ma nasciamo da un atto che chiamiamo “fare l’amore” per un motivo: perchè noi SIAMO l’Amore, e ce lo portiamo dentro fin dal nostro primo respiro.

Nonostante la Guerra, nonostante l’Odio e la Disumanità che ci circondano, siamo tutti portatori sani di questo immenso Dono, per condividerlo ma soprattutto per alimentarlo col nostro calore di vita, la nostra esperienza. Poche favole raccontano il lato B di questa medaglia, fin troppo lucidata dagli stereotipi dei film e dei romanzi.

L’Amore è difficile, faticoso, ti fa impazzire, ti porta agli estremi della tua persona per fare spazio a un altro essere, diverso da te, estraneo; arrivi a contare i sacrifici che hai fatto in suo nome, ti chiedi perchè sei stato disponibile a rinunciare a tante cose; e quindi ti rifugi nel tuo profondo, giù, dove la Luce lotta per filtrare, quasi sembra scomparire…ma in fondo c’è. Esiste, perchè tu esisti, vivi, AMI.

E non c’è cosa più spaventosa che amare e aver paura di perdere tutto quello che hai costruito, arrivare alla conclusione che ormai sia tutto inutile, finito, perché di Amore ne hai dato tanto e troppo per stare così male. . . Allora non concentrarti sul buio che hai dentro, non alimentare quell’Oscurità. Quella Luce è lassù, devi solo recuperare le forze e raggiungerla. E, a quel punto, sarà come rinascere, tornare al Mondo e guardarlo come se fosse la prima volta, cambiando prospettiva, e imparando di nuovo a conoscere chi ti ama, chi ti circonda, chi ti dona incondizionatamente quella parte di sè che è Vita.

Vivo un’età in cui dovrei pensare a tante altre cose, ma ogni giorno di più mi rendo conto che se non esistesse l’Amore, o peggio, se esistesse e venisse di colpo cancellato dalla faccia della Terra, non avrei ragione di vivere.


#TuttoTorna